Einstein, il pensiero laterale e perché la criticità è parte del percorso
- Caterina Boschetti
- 4 minuti fa
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C'è una frase, attribuita a Einstein, che tengo ben radicata da anni nella mia scrivania mentale con cui affronto ogni criticità, personale o professionale: "i problemi non possono essere risolti con lo stesso livello di consapevolezza che li ha creati."
L'ho letta la prima volta anni fa. L'ho ritrovata, con un peso diverso, rileggendo per la seconda volta Performance Coaching di Carol Wilson — un testo che, tra le tante cose, insegna a fare esattamente questo: portare le persone a un livello di consapevolezza che prima non avevano, perché è lì, e solo lì, che i problemi smettono di sembrare irrisolvibili.
Cosa significa davvero questa frase, oggi
Non è un invito filosofico astratto. È una diagnosi molto pratica di come falliscono, ogni giorno, le aziende che provano a risolvere un problema usando lo stesso schema mentale che lo ha generato.
Il team che non comunica bene? Si prova a "risolverlo" con più riunioni — stesso livello di pensiero che ha creato il problema, applicato più volte.
Il collaboratore che si disimpegna? Si prova con un bonus — stesso livello di pensiero, verniciato di incentivo.
La cultura aziendale che promette benessere e nei fatti lo nega? Si prova con un post più curato, uno slogan più caldo — ed è esattamente il meccanismo che su Humanwashing.it chiamo human washing: umanizzare la facciata senza cambiare la sostanza. È lo stesso livello di consapevolezza, riverniciato.
Il problema non sta mai davvero "fuori", ma sta nel modo in cui lo guardiamo.
La criticità fa parte del percorso, non è un errore di percorso
Una delle cose che più apprezzo nell'approccio del coaching è che non tratta la criticità come un'anomalia da eliminare, ma come informazione da attraversare.
Carol Wilson, nel suo lavoro, insiste molto sulle domande di consapevolezza: non "chi ha sbagliato", ma "cosa sto vedendo che prima non vedevo? Cosa non sto ancora vedendo?".
È un capovolgimento importante, soprattutto in un mondo del lavoro che vive — lo confermano tutti i report più recenti sull'engagement — una fase di stress diffuso e di fiducia in calo. Se trattiamo ogni criticità come un fallimento da nascondere, la squadra impara a nascondere le criticità. Se la trattiamo come parte naturale del cammino — quella che ci obbliga a salire di un livello di consapevolezza — la squadra impara a portarle sul tavolo prima che diventino crisi conclamate.
Il pensiero laterale: l'unico strumento che ci fa davvero salire di livello
Il pensiero laterale — l'attitudine a guardare un problema da un angolo che il problema stesso non prevedeva — non è un talento raro riservato a pochi creativi. È un muscolo. E come ogni muscolo, va allenato con costanza, non attivato solo nell'emergenza.
Nel mondo del lavoro di oggi, dove il cambiamento è la norma e non l'eccezione, mantenere alto il pensiero laterale significa concretamente:
Cambiare la domanda prima di cambiare la soluzione. Prima di chiedersi "come risolviamo questo problema", chiedersi "è la domanda giusta, o sto ancora ragionando con la stessa mappa mentale di prima?".
Uscire dalla propria funzione. Un problema di marketing letto con gli occhi delle risorse umane, o un problema di prodotto letto con gli occhi di chi lo usa ogni giorno, cambia forma.
Dare spazio al dubbio prima della certezza. Le organizzazioni più rigide spesso sono quelle che premiano chi ha "la risposta pronta", non chi si prende il tempo di guardare il problema da più lati.
Portare la criticità in luce, non sotto il tappeto. Un team che può dire "questo non funziona" senza timore di essere giudicato è un team che sale di consapevolezza collettiva molto più in fretta.
Applicarlo al lavoro di oggi: una responsabilità, non solo una tecnica
Chi guida persone — manager, HR, imprenditori — ha una responsabilità precisa in questo: creare le condizioni perché la criticità possa emergere e diventare materiale di lavoro, invece che essere negata, minimizzata o mascherata da narrazioni aziendali rassicuranti. È il cuore di quello che provo a raccontare attraverso Becomeen: la sostenibilità di un'organizzazione non si misura da quanto bene comunica il benessere, ma da quanto è disposta a rivedere, con lucidità e senza scorciatoie, il livello di consapevolezza con cui affronta i propri problemi.
Non è un lavoro che si esaurisce in un training. È un allenamento costante — proprio come lo è, nel coaching, tenere alta l'abitudine a farsi la domanda scomoda invece della risposta comoda.
FAQ — Le domande più frequenti
Cosa intendeva Einstein con "i problemi non si risolvono con lo stesso livello di consapevolezza che li ha creati"? Il senso è che affrontare un problema riapplicando lo stesso schema di pensiero che lo ha generato non porta a una vera soluzione, ma solo a una sua variante. Serve un salto di consapevolezza, non solo un nuovo tentativo con gli stessi strumenti mentali.
Cos'è il pensiero laterale applicato al lavoro? È la capacità di affrontare un problema da un punto di vista che il problema stesso non prevede: cambiare la domanda prima della risposta, uscire dalla propria funzione, accogliere il dubbio prima della certezza.
Perché la criticità va vista come parte del percorso e non come un fallimento? Perché trattarla come un'anomalia da nascondere insegna alle persone a nasconderla, mentre trattarla come informazione utile permette a un team o a un'organizzazione di intercettarla prima che diventi una crisi conclamata.
Che ruolo ha il coaching in questo processo? Il coaching, come descritto da Carol Wilson in Performance Coaching, lavora esattamente su questo: attraverso domande di consapevolezza aiuta la persona (o il team) a vedere ciò che prima non vedeva, portandola a un livello di pensiero diverso da quello che ha generato il problema.




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