Il leader che forma non viene oscurato: viene ricordato
- Caterina Boschetti
- 10 giu
- Tempo di lettura: 5 min
Cosa ci insegna Verrocchio sull'empowerment che manca nelle imprese di oggi
Era sera, e stavo guardando Ulisse
Stavo guardando Ulisse — Il piacere della scoperta quando Alberto Angela ha cominciato a raccontare la storia di Leonardo Da Vinci a Firenze. Non la storia del genio solitario che tutti conoscono, ma quella del giovane apprendista che entra nella bottega di Andrea del Verrocchio — la più famosa e frequentata della città, il luogo dove si formano i più grandi artisti del Quattrocento.
In quella bottega, agli apprendisti non veniva chiesto solo di osservare: veniva chiesto di fare. Di mettere le mani sulle opere, di provare, di sbagliare e di crescere. E a Leonardo, a un certo punto, viene affidato il volto di un angelo nel Battesimo di Cristo (1475 circa), un'opera commissionata al maestro Verrocchio stesso.
Quel volto era così perfetto — così pieno di luce e di vita — che, secondo la leggenda, Verrocchio decise di non toccare mai più un pennello. Non perché si sentisse sconfitto, ma perché aveva capito qualcosa di raro: il suo compito era finito nel migliore dei modi possibili.
Il paradosso del maestro che cede il pennello
Verrocchio non sparì dalla storia dell'arte. Ci entrò per sempre — attraverso Leonardo, certo, ma anche attraverso Ghirlandaio, Perugino, Botticelli, tutti passati da quella bottega. La sua eredità non fu ciò che dipinse in prima persona, ma ciò che permise agli altri di diventare.
Questo è il paradosso che nessuna scuola di management insegna davvero: il leader più potente non è quello che brilla di più, ma quello che sa accendere la luce degli altri.
E invece, nelle organizzazioni di oggi, accade spesso il contrario.
La paura di essere oscurati: un costo enorme per le imprese
Il Gallup State of the Global Workplace 2026 — pubblicato ad aprile di quest'anno — fotografa una crisi silenziosa ma devastante: l'engagement globale dei lavoratori è sceso al 20% nel 2025, il livello più basso dal 2020, in calo dal 23% del 2022. Per la prima volta nella storia delle rilevazioni Gallup, il calo è stato consecutivo per due anni di fila, senza nessuna regione del mondo che abbia registrato un miglioramento
.
Il dato che colpisce di più, però, riguarda i manager: dal 2022 al 2025, il loro engagement è crollato di nove punti percentuali, passando dal 31% al 22%. Il calo più brusco — cinque punti in un solo anno — è avvenuto tra il 2024 e il 2025. I manager, che storicamente godevano di un "engagement premium" rispetto ai collaboratori, oggi sono coinvolti quanto — e spesso meno di — chi guidano.
Il costo di tutto questo? Gallup stima che il disengagement abbia sottratto all'economia globale oltre 10 trilioni di dollari in produttività persa nel 2024, pari a circa il 9% del PIL mondiale.
Eppure Gallup ci dà anche l'altra faccia della medaglia: nelle organizzazioni di eccellenza, l'engagement dei manager arriva al 79% — quasi quattro volte la media globale. La differenza non è magica. È strutturale: queste organizzazioni investono sulle persone, formano i responsabili, e trattano l'engagement come una scelta strategica, non come un bonus opzionale.
Cosa separa le une dalle altre? Spesso una sola cosa: il coraggio di un responsabile che sceglie di formare il proprio team invece di trattenerlo.
Perché i responsabili non formano (e cosa ci perdono)
Le ragioni per cui un manager non delega né forma non sono sempre ciniche. Spesso sono umane, comprensibili, radicate in sistemi organizzativi che premiano il controllo e penalizzano l'errore.
Ma il risultato è lo stesso: team che non crescono, collaboratori che smettono di provare, organizzazioni che perdono talento dall'interno prima ancora di cercarlo all'esterno.
La paura di essere oscurati dal proprio team è, nel 2025, uno dei freni più costosi che un'azienda possa permettersi. E la S di ESG — quella che riguarda le persone come primo stakeholder — comincia esattamente qui: nella capacità di un responsabile di scegliere la crescita degli altri come parte integrante della propria.
5 consigli concreti per imparare a delegare e formare il proprio team
1. Distingui il controllo dalla responsabilità
Delegare non significa abdicare. Significa trasferire fiducia mantenendo la responsabilità del risultato finale. Definisci obiettivi chiari, stabilisci checkpoint di verifica e lascia che il collaboratore scelga come arrivarci. La microgestione non protegge dal rischio: lo amplifica, perché impedisce al team di sviluppare autonomia reale.
2. Pratica la maieutica: fai domande invece di dare risposte
Verrocchio non dipingeva al posto dei suoi apprendisti. Li guidava a trovare la propria tecnica. La maieutica — l'arte di far emergere il potenziale dell'altro attraverso le domande — è lo strumento più potente di cui dispone un manager-formatore. Invece di dire "fallo così", prova con "come pensi di affrontarlo?", "cosa hai già provato?", "cosa cambieresti?"
3. Trasforma ogni errore in un'occasione di apprendimento condiviso
Le organizzazioni che formano meglio sono quelle che hanno normalizzato l'errore come parte del processo. Non come tolleranza al fallimento, ma come dato da analizzare insieme. Un team che non può sbagliare è un team che non può crescere — e un responsabile che punisce l'errore forma collaboratori che si nascondono invece di migliorare.
4. Celebra pubblicamente i successi del tuo team (anche quando non ci sei)
Verrocchio non firmò il volto dell'angelo. Lo firmò Leonardo. E Verrocchio fu reso immortale lo stesso. I responsabili che attribuiscono i meriti al proprio team — davanti alla direzione, davanti ai clienti, davanti all'intera organizzazione — non perdono autorevolezza. La costruiscono, perché dimostrano di essere la fonte da cui nasce quella competenza.
5. Investi nella formazione come atto strategico, non come benefit
La formazione non è un premio per i collaboratori bravi. È un investimento con uno dei ROI più alti a disposizione di un'organizzazione. Gallup lo dimostra con i numeri: quando i manager ricevono formazione specifica e supporto continuo, il loro wellbeing passa dal 28% al 50%. Lo stesso meccanismo vale per i team che gestiscono. Formare non è un costo: è la leva che moltiplica tutto il resto.
Conclusione: Verrocchio è stato reso immortale dai suoi apprendisti
Verrocchio è entrato nella storia non solo per quello che ha creato, ma per quello che ha permesso agli altri di diventare. La sua bottega era uno spazio in cui l'arte della maieutica — far emergere il meglio da chi hai davanti — era praticata ogni giorno, con ogni apprendista, senza paura che qualcuno potesse superare il maestro.
Nelle imprese di oggi, quella paura è uno dei costi nascosti più alti che esistano. La S di ESG non riguarda solo politiche di welfare o benefit aziendali: riguarda la qualità della relazione tra chi guida e chi viene guidato, la capacità di un responsabile di scegliere la crescita degli altri come parte integrante della propria missione.
Il leader che forma non viene oscurato. Viene ricordato.




Commenti