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Non voglio essere un'ignava: lavoro, dignità e le piazze di ottobre

6 minuti fa
Tempo di lettura: 5 min

Nel terzo canto dell'Inferno, prima ancora di attraversare l'Acheronte, Dante incontra una folla di anime costrette a correre per l'eternità dietro un'insegna che non si ferma mai. Sono gli ignavi, coloro che in vita non presero mai posizione, né per il bene né per il male, e che per questo non sono accolti né dal Paradiso né dall'Inferno. Virgilio li liquida con un verso che non ha perso nulla della sua durezza: «non ragioniam di lor, ma guarda e passa».

In questi giorni ci ho pensato spesso. Questo blog parla di solito di benessere nelle organizzazioni, di leadership e di cultura del lavoro, e oggi sembra uscire dal suo perimetro. Lo fa solo in apparenza, perché quello che sta accadendo in Italia riguarda esattamente il lavoro e la dignità di chi lavora, e davanti a una situazione così grave non riesco a guardare e passare.


Che cosa sta succedendo in Italia in questi giorni?

In Italia, a metà ottobre 2026, la protesta contro il caro vita si è accesa contemporaneamente in molte forme e in molte città: autotrasportatori e agricoltori del Sud in sciopero contro il caro carburanti, studenti in piazza, manifestazioni sfociate in scontri, con una risposta del governo concentrata soprattutto sull'ordine pubblico.

La mobilitazione di autotrasportatori e agricoltori è partita a inizio mese tra Puglia e Calabria e si è estesa a Sicilia, Basilicata, Molise e Campania, fino a lasciare vuoti gli scaffali di molti supermercati del Sud.

A Milano, il 17 e 18 ottobre, una manifestazione contro il caro vita è degenerata in scontri e saccheggi: la Questura ha identificato 271 ragazzi, l'80% dei quali minorenni. Il più piccolo ha 11 anni. Il 20 ottobre il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto legge recante «disposizioni urgenti in materia di sicurezza pubblica e contrasto alla criminalità minorile».


Quali numeri ci sono dietro la rabbia?

Dietro la rabbia di queste settimane ci sono numeri ufficiali che raccontano un Paese in cui lavorare non basta più a vivere con serenità: povertà stabile su livelli alti, salari che non tengono il passo dei prezzi, cure a cui si rinuncia e investimenti pubblici che vanno in direzioni diverse da quelle di cui le famiglie avrebbero bisogno.


Secondo l'Istat, nel 2025 erano in povertà assoluta 5,4 milioni di persone, il 9,3% della popolazione, e tra loro oltre 1,1 milioni di minori, il 12,5% di tutti i bambini e i ragazzi che vivono in Italia. Il 14,3% degli operai è in povertà assoluta pur avendo un lavoro. È il dato che più di ogni altro dovrebbe interrogare chi, come me, si occupa di lavoro: un impiego non è più, di per sé, una garanzia di dignità.

I prezzi, intanto, hanno ripreso a correre. A settembre l'inflazione è salita al 4,2%, spinta dai beni energetici, aumentati del 22,3% in un anno, e dagli alimentari non lavorati, cioè quelli che finiscono ogni giorno nel carrello. Le retribuzioni non tengono il passo: secondo l'Istat, tra il 2019 e la fine del 2025 i prezzi sono cresciuti del 23%, le retribuzioni contrattuali del 13,2%, e nel 2026 la crescita stimata dei salari, il 2,5%, resta sotto l'inflazione. Chi lavora, in altre parole, sta tornando a perdere potere d'acquisto.

C'è poi un dato che trovo insopportabile, perché riguarda la salute. Nel 2024, secondo l'Istat, il 9,9% delle persone ha rinunciato a visite o esami di cui aveva bisogno, a causa delle liste d'attesa, dei costi o della distanza dalle strutture: 5,8 milioni di persone, un milione e trecentomila in più rispetto all'anno precedente.

E mentre l'Italia spende per l'istruzione il 3,9% del PIL, contro una media europea del 4,7% (Eurostat, 2023), il Documento programmatico di finanza pubblica di quest'anno prevede che la spesa per la difesa salga dall'1,3% del PIL nel 2026 all'1,6% nel 2027, nel quadro dell'impegno assunto in ambito NATO di arrivare al 5% entro il 2035.


Perché non mi fermo alle vetrine?

Ho visto, come tutti, le immagini delle vetrine distrutte. Rispetto chi le ha viste andare in frantumi, i commercianti che hanno perso l'incasso di una giornata e gli agenti rimasti feriti, e non voglio minimizzare nulla di tutto questo. Ma una vetrina, anche grazie alle assicurazioni, si ripara in pochi giorni; la vita di una famiglia che non riesce ad arrivare a fine mese no.

Quello che si è visto a Milano è un linguaggio violento, e non mi appartiene. Eppure non riesco a fermarmi alla condanna, come se bastasse a chiudere il discorso, perché in questi anni le proteste pacifiche, le petizioni, gli scioperi composti non hanno cambiato quasi nulla, e le persone sono esasperate. Ci sono genitori che piangono perché non riescono a garantire un futuro ai propri figli e, ancora prima, non riescono a garantire loro il presente. Lo scrivo da persona privilegiata, che ha un lavoro, una casa e un'assicurazione: proprio per questo sento di doverlo dire.


Di chi è la responsabilità dei ragazzi in piazza?

La responsabilità dei ragazzi in piazza è prima di tutto nostra, degli adulti e delle generazioni che hanno costruito il contesto in cui stanno crescendo: un contesto di salari fermi, prezzi in aumento e investimenti insufficienti nella scuola, in cui il disagio arriva ai figli attraverso le preoccupazioni dei genitori.

Ci si scandalizza per la presenza di ragazzi giovanissimi, come se non vivessero ciò che vivono le loro famiglie, come se non vedessero ogni sera genitori stanchi, arrabbiati, preoccupati per ogni spesa. In una delle testimonianze raccolte in questi giorni, un ragazzo di quattordici anni si chiede: «Che senso ha che andrò a lavorare per non riuscire a vivere?». È una domanda che dovrebbe farci arrossire.

Questi ragazzi, probabilmente, non hanno gli strumenti per leggere un dramma economico, politico e sociale di questa portata, e reagiscono con un linguaggio che non è corretto. Ma quegli strumenti dovevamo darglieli noi, attraverso una scuola finanziata e attraverso adulti capaci di ascoltarli. Il più piccolo dei ragazzi identificati a Milano ha undici anni: come possiamo attribuire a lui la colpa di un contesto che si è incrinato molto prima che nascesse?


Quale risposta servirebbe davvero?

Servirebbe una risposta che metta al primo posto le cause del disagio, e non solo le sue manifestazioni più visibili: salari, prezzi dell'energia e del cibo, accesso alle cure, investimenti nell'istruzione. È questa la priorità che oggi non riesco a vedere.

Dal 4 settembre il governo guidato da Giorgia Meloni è il più longevo della storia repubblicana: nessun esecutivo ha avuto più tempo per affrontare questi problemi. Eppure, davanti a un Paese in piazza, l'urgenza è stata riservata a un decreto che introduce il nuovo reato di partecipazione violenta a una manifestazione, estende il fermo preventivo ai minori e invia 500 militari in più a Milano fino alla fine dell'anno. Per gli autotrasportatori sono stati annunciati 480 milioni di euro e un tavolo al Ministero dei Trasporti; per le famiglie, i lavoratori e i ragazzi, finora, nessuna misura con la stessa urgenza. Provo vergogna, e lo dico con la consapevolezza che la sicurezza è un bene di tutti.


La sicurezza di un Paese non si misura dal numero di militari in piazza, ma da quante famiglie riescono a fare la spesa, curarsi e mandare i figli a scuola senza paura.

La nostra Costituzione, all'articolo 36, stabilisce che chi lavora ha diritto a una retribuzione «sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa». Da lì dovremmo ripartire, tutti: le istituzioni, ma anche le aziende, che possono rinnovare i contratti, pagare il giusto e ascoltare i giovani prima che smettano di parlare e inizino a urlare.

 
 
 

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